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Funzioni esecutive: le abilità invisibili che ci aiutano ad apprendere

Perché alcuni bambini pur possedendo buone competenze intellettive faticano a organizzarsi, mantenere l’attenzione o gestire gli imprevisti?

A volte può capitare che un bambino conosca perfettamente un argomento ma che incontri difficoltà nel portare a termine un compito ad esso collegato. Oppure che sappia quali comportamenti sono appropriati, ma non riesca sempre a metterli in pratica. Situazioni di questo tipo possono generare frustrazione nei genitori, negli insegnanti e negli stessi bambini, soprattutto quando vengono interpretate come una mancanza di impegno o di motivazione.

In alcuni casi, queste difficoltà possono essere associate a una fragilità delle funzioni esecutive. Le funzioni esecutive sono processi cognitivi trasversali che entrano in gioco per portare a termine con successo azioni finalizzate a uno scopo. Assumono maggiore rilevanza soprattutto in situazioni nuove e complesse in cui schemi di comportamento appresi e automatizzati non sono sufficienti. Si distinguono sistemi di base come memoria di lavoro e controllo inibitorio che sono precursori della flessibilità cognitiva e funzioni esecutive di ordine superiore come intelligenza fluida e pianificazione. I sistemi di base intervengono per favorire un buon funzionamento delle funzioni superiori (Diamond 2013).

La memoria di lavoro è un sistema di memoria operativo che consente di mantenere temporaneamente attive delle informazioni e operare su di esse in modo simultaneo. Ogni individuo ha una capacità di memoria di lavoro differente (quantità di informazioni che riesce a gestire simultaneamente) e varia in funzione dell’età. Un bambino con una fragilità nella memoria di lavoro può far fatica a eseguire più istruzioni date contemporaneamente o a organizzare in maniera ordinata i propri pensieri.

L’inibizione è una funzione molto complessa e articolata, ma per semplificare la possiamo definire come la capacità di ignorare e/o interrompere stimoli o pensieri, ma anche la capacità di interrompere volontariamente la messa in atto di una risposta divenuta preponderante. In poche parole, l’inibizione facilita lo stare concentrato in un compito senza farsi distrarre da altri stimoli esterni o interni, ma allo stesso tempo permette di bloccare comportamenti automatici di qualunque tipo (motori, verbali, ecc.). Durante una conversazione o un’attività in classe, un bambino potrebbe conoscere perfettamente le regole relative al rispetto dei turni, ma faticare ad aspettare il proprio momento per intervenire, interrompendo frequentemente gli altri, questo a causa di una fragilità sul piano del controllo inibitorio.

La flessibilità cognitiva è una funzione che permette di passare da uno schema di risposta ad un altro alternativo. Come già detto, alla base della flessibilità cognitiva vi sono l’inibizione, che consente di interrompere uno schema di risposta per attivarne un altro, ma anche la memoria di lavoro, in quanto consente di conservare i riscontri ricevuti su un certo comportamento e li utilizza per cambiare schema di azione. Per esempio, un bambino con difficoltà in questo dominio potrebbe continuare a utilizzare una strategia per risolvere un problema matematico anche quando questa si rivela inefficace, faticando a individuare e sperimentare modalità alternative.

A queste funzioni esecutive più cognitive, chiamate “fredde”, se ne affiancano altre più legate ad aspetti emotivi e motivazionali, dette funzioni esecutive calde. Tra queste troviamo l’attesa alla gratificazione, l’apprendimento affettivo inverso e la teoria della mente (Zelazo & Carlson, 2012).

L’attesa alla gratificazione fa riferimento alla capacità di rimandare una gratificazione o saperla dilazionare nel tempo. Bambini con difficoltà su questo piano tendono a richiedere gratificazioni immediate e a non tollerare l’attesa.

L’apprendimento affettivo inverso consiste nella capacità di modificare un comportamento precedentemente appreso quando cambiano le conseguenze positive o negative associate a quel comportamento. Oltre alle capacità inibitorie e di flessibilità cognitiva entra quindi in gioco la capacità di regolazione motivazionale che richiede di adattare il comportamento al cambiamento delle conseguenze. Per esempio, durante un gioco, un bambino potrebbe imparare che scegliere una determinata figura permette di ottenere punti. Se successivamente le regole cambiano e i punti vengono assegnati scegliendo un’altra figura, potrebbe incontrare difficoltà nell’abbandonare la scelta precedentemente premiata, continuando a ripeterla nonostante i risultati negativi.

Infine, la teoria della mente è la capacità di comprendere pensieri e stati d’animo altrui. Questa competenza favorisce l’instaurazione e il mantenimento delle relazioni interpersonali. Per esempio, un bambino con difficoltà su questo livello potrebbe raccontare un episodio a un compagno dando per scontato che quest’ultimo conosca già alcune informazioni, senza considerare che non era presente quando si sono verificati i fatti. Potrebbe quindi sorprendersi quando il compagno non comprende il racconto.

Le funzioni esecutive iniziano a svilupparsi nei primi anni di vita, raggiungendo una completa maturazione attorno ai 25 anni. Nei bambini con disturbi del neurosviluppo queste competenze (o alcuni domini di esse) tendono ad essere compromesse, comportando difficoltà in molti compiti e attività della quotidianità.

Comprendere il funzionamento delle funzioni esecutive è il primo passo per riconoscere le difficoltà che possono emergere nella quotidianità e individuare strategie utili per affrontarle. Se l’argomento vi interessa, fatecelo sapere: in un prossimo articolo potremo approfondire alcune attività e strategie per favorire lo sviluppo di queste competenze.

Autore: Dott. Nicolò Rigato/Psicologo esperto nella psicopatologia dell’apprendimento

BIBLIOGRAFIA

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Stress da vacanze

Lo stress da vacanze o del fine settimana si può manifestare con un eccesso di stanchezza proprio perchè durante la settimana si tira troppo.

Ci sono persone che arrivano al weekend aspettando finalmente di recuperare, per poi ritrovarsi senza energie proprio quando il tempo si libera. La stanchezza si fa più intensa, la motivazione cala, e anche attività piacevoli sembrano richiedere uno sforzo eccessivo. A volte compaiono mal di testa, sonnolenza, irritabilità o una sensazione generale di svuotamento. Questo paradosso è spesso descritto con il termine leisure sickness, una condizione in cui il malessere emerge proprio nel momento in cui lo stress si riduce.

Durante la settimana molte persone funzionano in una modalità di attivazione costante. Le richieste lavorative, le responsabilità e i ritmi serrati mantengono elevato il livello di tensione. In questo stato, l’organismo mobilita risorse per sostenere l’efficienza e la concentrazione, anche a costo di rimandare il recupero. La stanchezza viene temporaneamente messa in secondo piano, mentre il corpo continua a operare in una sorta di “modalità di tenuta”.

Quando arriva il tempo libero, la pressione si abbassa e il sistema nervoso interrompe lo stato di allerta. È in questo passaggio che la fatica accumulata diventa evidente. Non si tratta di una stanchezza che nasce nel weekend, ma di un carico già presente che trova finalmente spazio per emergere. Il corpo, non più sostenuto dalla tensione, rallenta bruscamente e rende visibile ciò che era rimasto in sospeso.

Questo fenomeno è più frequente quando il recupero è concentrato solo nei momenti liberi, mentre durante la settimana si procede senza pause significative. Anche una forte tendenza al controllo, la difficoltà a delegare, o l’idea che il riposo debba essere “meritato” possono contribuire a mantenere un livello di attivazione costante. In queste condizioni, il tempo libero diventa l’unico spazio in cui l’organismo si concede di abbassare la guardia, con un effetto di crollo improvviso.

Spesso questa esperienza viene interpretata come mancanza di motivazione o incapacità di godersi il tempo libero. In realtà, può rappresentare un segnale di sovraccarico prolungato. Il corpo non sta reagendo in modo disfunzionale, ma sta cercando di recuperare. La difficoltà non è fermarsi, ma arrivare al momento della pausa con un accumulo eccessivo di fatica.

Una possibilità consiste nel distribuire il recupero nel corso della settimana. Brevi pause, momenti di rallentamento, e attività che favoriscono una riduzione graduale della tensione possono ridurre il contrasto tra giorni lavorativi e tempo libero. Quando il recupero diventa più continuo, il weekend smette di essere l’unico contenitore della stanchezza.

Il tempo libero funziona meglio quando non deve compensare tutto. Se il riposo è integrato nella quotidianità, la pausa non coincide più con il crollo, ma con una continuità di regolazione. In questo modo, il weekend torna a essere uno spazio di scelta, non il momento in cui emerge, inevitabilmente, quanto si è stanchi.

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Perché i bambini “non stanno attenti”?

Ecco cinque motivazioni con basi psicologiche e neuropsicologiche

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1) Le funzioni esecutive stanno ancora maturando

L’attenzione “volontaria” dipende da funzioni come inibizione, memoria di lavoro e flessibilità mentale, sostenute soprattutto dalla corteccia prefrontale: nei bambini queste funzioni sono ancora in sviluppo, quindi la tenuta attentiva è più fragile e facilmente disturbata. 

2) Sonno insufficiente o disturbato

Dormire poco o male riduce vigilanza, regolazione emotiva e attenzione: nei bambini la carenza di sonno è associata a più problemi attentivi e comportamentali a scuola. Valutare ritmi sonno–veglia, russamento, risvegli frequenti o insonnia è fondamentale.

3) Ansia ed emozioni “occupano” la mente

Quando un bambino è in allerta (preoccupazione, ansia da prestazione), l’attenzione tende a spostarsi verso il segnale di minaccia e si riduce la capacità di concentrarsi sul compito: è un effetto ben documentato nei disturbi d’ansia in età evolutiva.

4) Fattori sensoriali e carico ambientale

Udito o vista non ottimali, oppure ambienti rumorosi e pieni di distrazioni, aumentano lo sforzo cognitivo richiesto per capire e mantenere il focus; il risultato è stanchezza mentale e cali di attenzione. Un semplice screening visivo/uditivo e una classe (o casa) più silenziosa possono fare la differenza. 

5) Compiti troppo difficili (o troppo facili), poche pause, motivazione bassa

Se il carico cognitivo supera la capacità della memoria di lavoro, l’attenzione “salta”. Aiutano: suddividere i compiti in passi brevi, alternare micro-pause, calibrare la difficoltà e usare rinforzi (gratificazioni semplici) per sostenere la motivazione, che a sua volta è legata a circuiti di ricompensa dopaminergici. 


Campanelli d’allarme (da approfondire, non per autodiagnosi)

Non si riconosce l’ADHD leggendo una lista di sintomi su internet. Tuttavia, è utile chiedere una valutazione se per almeno 6 mesi osservi:

  • disattenzione marcata in più contesti (casa, scuola, sport) con impatto su apprendimento o relazioni;
  • iperattività/impulsività non adeguate all’età;
  • difficoltà di regolazione emotiva, sonno molto disturbato, o sospetti disturbi dell’apprendimento;
  • storia di rendimento scolastico in calo e frequenti segnalazioni degli insegnanti.
    Le linee guida raccomandano una valutazione clinica strutturata, con raccolta di informazioni da genitori/scuola, uso di scale standardizzate, e verifica dei criteri DSM-5, escludendo cause alternative. 

Cosa fare in pratica

  1. Parla con il pediatra: può avviare uno screening di sonno, vista/udito, ansia e apprendimento, e indirizzare a un neuropsicologo dell’età evolutiva
  2. Raccogli osservazioni dalla scuola (giorni/attività più critiche, durata di attenzione, che cosa aiuta o peggiora).
  3. Igiene del sonno e routine (orari regolari, niente schermi prima di dormire). 
  4. Ambiente e compiti “a misura di bambino”: riduci rumore e distrazioni, spezzetta i compiti, inserisci pause programmate e piccole gratificazioni per i passi completati. 

Sintesi

Se l’attenzione di tuo figlio è incostante, non è colpa di nessuno: spesso è l’effetto combinato di sviluppo cerebrale, emozioni, sonno e ambiente. E se sospetti ADHD, non autodiagnicare: affidati a una valutazione professionale e a strategie su misura. Le evidenze dicono che intervenire presto e bene riduce lo stress familiare e migliora il rendimento a scuola e il benessere. 

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Albi illustrati

Gli albi illustrati nell’ultimo periodo hanno assunto un ruolo significativo nella letteratura per l’infanzia. Trovandoci spesso ad affrontare tematiche delicate, abbiamo iniziare a costruire una sorta di archivio di libri consigliati che anche noi utilizziamo di consueto nel nostro lavoro. Non tutti centrano in modo significativo il punto, in ogni caso diventano comunque spunto di riflessione in alcune situazioni che hanno la necessità di essere simbolizzate e supportate dalle immagini o possono essere utili per aprire il dialogo con i bambini. Inutile negare tra l’altro che alcune illustrazioni sono davvero meravigliose.

Da non sottovalutare anche i Silent Book che, proprio perchè esenti da parole, permettono un utilizzo più fantasioso o che permette al bambino di introdurre il proprio contenuto e le proprie riflessioni senza essere guidato dalla parola dell’altro.

Albi illustrati su:

  • paura
  • rabbia
  • tristezza
  • gioia
  • lutto
  • ansia
  • scuola