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La Teoria dell’Attaccamento: domande & risposte

Quando si parla di psicologia dello sviluppo non si può non nominare John Bowlby, studioso del ‘900, autore di una delle teorie più famose e studiate da chi si occupa di infanzia: la teoria dell’attaccamento.


Che cos’è il legame di attaccamento?
Secondo la teoria, il legame di attaccamento è quella relazione stabile che si crea, a partire dai primissimi mesi di vita, tra il bambino e la figura che se ne prende cura primariamente (nota bene: non per forza la mamma). Tale legame è necessario alla sopravvivenza del piccolo ed è importante sottolineare che la cura di cui parla Bowlby non è solamente una cura fisica (alimentazione, protezione dai pericoli ecc), ma anche una cura di tipo emotivo. La figura di attaccamento funge da “base sicura”, ovvero fornisce protezione dai pericoli, consola il bambino nel momento in cui si spaventa, si sintonizza suoi bisogni e li soddisfa per consentire il benessere fisico ed emotivo del piccolo.


L’attaccamento è uguale per tutti?
Negli anni 60, la studiosa Mary Ainsworth ideò un esperimento per indagare lo stile di attaccamento dei bambini. La studiosa osservava infatti le reazioni dei bambini dopo la separazione dalla madre e nel momento del ricongiungimento. Grazie a questo strumento di indagine, sono stati classificati diversi pattern di attaccamento:
Attaccamento Sicuro → il caregiver è sintonizzato sui bisogni del bambino e gli fornisce protezione e sicurezza nel momento in cui questo lo richiede. Il bambino si sente perciò sicuro nell’esplorare l’ambiente, senza paura di essere abbandonato, si consola facilmente nel momento del distacco ed è gioioso nel momento del ricongiungimento.
Attaccamento Insicuro Evitante → a causa di ripetute esperienze di indisponibilità o rifiuto da parte del caregiver, il bambino tende ad “arrangiarsi”, evita la relazione, non chiede aiuto e con il tempo potrà sviluppare la convinzione di non essere amato/amabile.
Attaccamento Insicuro Ambivalente → il caregiver fornisce risposte ambivalenti, è disponibile in alcune situazioni mentre in altre no (es. in un momento accoglie e consola il bambino che sta piangendo, la volta successiva lo rifiuta e lo sgrida). L’esplorazione da parte del bambino sarà caratterizzata da ansia, incertezza, esitazione e paura di essere abbandonato.
Attaccamento Disorganizzato → questo stile di attaccamento caratterizza solitamente i bambini cresciuti in contesti traumatici, violenti ed estremamente imprevedibili. L’adulto è sia fonte di protezione, sia fonte di paura. Il bambino, nel momento della separazione, mostra reazioni di freezing, confusione, ansia, di movimento incontrollato e caotico. L’esplorazione è spesso bloccata. Il bambino si trova infatti tra due poli opposti, vorrebbe cercare protezione, ma allo stesso tempo sente il bisogno di allontanarsi dall’adulto pericoloso/spaventante.


Quali difficoltà ci possono essere nello sviluppo del legame di attaccamento?
In tutta la relazione e soprattutto nel periodo in cui il bambino acquisisce sempre maggiori abilità (es. cammino, linguaggio), è presente un’importante sfida: quella per l’autonomia. Il bambino infatti, soddisfatto il suo bisogno di protezione, sente la necessità di esplorare l’ambiente, distaccandosi dal caregiver. Il difficile compito del caregiver è quello di trovare un equilibrio tra la protezione e l’esplorazione. Si parla anche di Circolo della Sicurezza, ovvero di tappe che si ripetono in loop, in modo circolare: il bambino soddisfa il suo bisogno di protezione e quando si sente sicuro inizia ad esplorare; nell’esplorazione viene sostenuto e ammirato dall’adulto; nel momento in cui trova un potenziale pericolo o prova un’emozione troppo intensa, torna alla base sicura, per essere accolto e rassicurato, per poi tornare nuovamente ad esplorare.
Tale circolo può incontrare due diversi ostacoli:
1) Il caregiver ha difficoltà nel permettere l’esplorazione e tenta perciò di trattenere il bambino nelle sue vicinanze
2) Il caregiver non è disponibile nel momento in cui il bambino ritorna
Per spiegare in modo pratico questo concetto, possiamo pensare a una grande nave, dotata di tutti gli strumenti di navigazione più moderni, di motori potenti, di radar (l’adulto) e a una piccola barca a vela.
Se la nave viaggia troppo vicino alla piccola barca a vela, questa avrà difficoltà ad esplorare in sicurezza l’ambiente, venendo sballottata dalle onde causate dalla nave, e dovrà utilizzare tutte le sue risorse per rimanere al sicuro o per tentare di distaccarsi.
Viceversa, se la nave viaggia troppo distante dalla barchetta, questa rischierà di perdere la rotta o di incontrare un’onda pericolosa, senza fare in tempo a tornare nei pressi della nave.


Perché è importante conoscere la teoria dell’attaccamento?
Conoscere questa teoria può essere utile:
A) Ai genitori → il bambino già dai primissimi mesi di vita è parte attiva della relazione e come tale deve essere visto. Con questa prospettiva e qualche piccola attenzione, la relazione caregiver-bambino può nascere e crescere solida. Nota bene: il legame di attaccamento non riguarda solo i piccoli, ma permane nella crescita, seppur subendo modifiche e aggiustamenti; porre delle buone basi di attaccamento in prima infanzia, significa mettere le fondamenta per una relazione caratterizzata da fiducia, condivisione, confronto costruttivo, anche in adolescenza e nell’età adulta.
B) A tutti gli adulti (genitori e non) → seppur non tutti abbiamo figli, tutti siamo stati figli. Comprendere il legame di attaccamento che abbiamo costruito con i nostri genitori, può aiutare a dare significato a emozioni, comportamenti e pensieri anche in età adulta; può aiutare a comprendere ad esempio come mai ci comportiamo in un certo modo con il partner, perché certe dinamiche relazionali ci danno più fastidio di altre, come mai non riusciamo a dire alle persone quello che pensiamo davvero o abbiamo paura di affezionarci a qualcuno.


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Anch’io ero così

Insomma è indubbio che la genetica sia rilevante quando si parla di figli, così com’è altrettanto chiaro che spesso i genitori si ritrovano in alcuni comportamenti dei figli. Ma questo è sempre funzionale? Secondo noi non proprio. Dipende infatti in che termini lo facciamo; potrebbe essere un’operazione disfunzionale soprattutto nel caso in cui si minimizza o ignora una difficoltà.

Abbiamo provato ad elencarne le ragioni:

1. La mia storia non è quella di mio figlio

2. Quello che vale per me non è detto che valga per un’altra persona

3. I sistemi educativi e didattici sono cambiati perciò non si può pensare che i trascorsi siano identici

Un genitore una volta mi ha raccontato di averne prese parecchie, anche a scuola, e che tutto sommato questo gli era servito per raddrizzarsi. Così gli ho chiesto se secondo lui avremmo dovuto suggerire alle insegnanti di picchiare il figlio a scuola, e non ha potuto fare altro che sorridermi e dire di no. È solo un esempio, ma è tanto per capire che non sempre quello che ha funzionato va bene, soprattutto se è stato un metodo coercitivo e violento.

Ci sarebbe poi da dire che anche i genitori sono cambiati, così come l’ambiente, la rete sociale, l’ambito culturale. Ecco perché, così come non è consigliato fare paragoni tra bambini, così vale nel fare confronti tra genitori e figli. Potrebbe essere interessante prendere solo il buono di quest’ottica, per esempio se il bambino si trova in difficoltà in qualcosa che ritroviamo simile, chi meglio di noi può capirlo ed empatizzate con la sua fatica?