“Lo fa apposta.”
“È oppositivo.”
“Se volesse, potrebbe farlo.”
Sono interpretazioni frequenti di fronte a un bambino che rifiuta una richiesta, contraddice l’adulto, interrompe un’attività, si allontana, manifesta rabbia o sembra intenzionalmente ostacolare ciò che gli viene proposto.
In alcune situazioni, queste condotte possono effettivamente rientrare in un quadro clinico caratterizzato da pattern persistenti di comportamento oppositivo e provocatorio. Tuttavia, utilizzare il termine oppositività come spiegazione generale di qualsiasi rifiuto o comportamento difficile può condurre a un errore importante: confondere ciò che osserviamo con ciò che lo determina.
Un comportamento è visibile.
Le condizioni che lo precedono, invece, spesso non lo sono.
Il comportamento che osserviamo è soltanto l’ultimo passaggio
Un bambino può rifiutare una richiesta dopo aver affrontato una mattinata particolarmente impegnativa. Può reagire in modo intenso a una transizione imprevista, a una consegna poco chiara, a una situazione di sovraccarico, a una difficoltà di comprensione o a una sequenza di richieste che, considerate singolarmente, sembrano sostenibili ma che, nel loro insieme, hanno superato le risorse disponibili in quel momento.
Quando la risposta emerge, l’adulto vede soprattutto l’ultima parte della sequenza:
il rifiuto;
la fuga;
la rabbia;
l’escalation;
il silenzio;
la sospensione della collaborazione.
Il comportamento diventa quindi il centro dell’attenzione. Tuttavia, in molti casi, ciò che osserviamo non rappresenta l’inizio della difficoltà, ma il punto in cui una difficoltà già presente diventa finalmente evidente.Per questo, la domanda clinicamente più utile non è soltanto:
“Che cosa ha fatto il bambino?”
È anche:
“Che cosa è accaduto prima?”
La variabilità della prestazione non equivale automaticamente a intenzionalità
Uno degli errori interpretativi più frequenti consiste nel ragionare in questo modo:
“Ieri lo ha fatto. Oggi non lo fa. Quindi oggi non vuole.”
La conclusione, tuttavia, non è necessariamente corretta. La possibilità di accedere a una competenza dipende anche dalle condizioni in cui quella competenza viene richiesta. Il livello di attivazione emotiva, la stanchezza, il carico cognitivo, la prevedibilità della situazione, la presenza di stimoli interferenti, la complessità della consegna e la quantità di richieste già affrontate possono modificare significativamente il funzionamento di una persona.
Questo significa che saper fare qualcosa non implica necessariamente poterlo fare in qualunque momento e in qualunque condizione.
La variabilità del comportamento non è quindi, di per sé, una prova di manipolazione o di intenzionalità oppositiva.Il fatto che un bambino riesca a svolgere un’attività in un determinato contesto e non riesca a farlo in un altro non dimostra automaticamente che stia scegliendo deliberatamente di non collaborare.
Richiede, piuttosto, un’analisi delle condizioni che rendono la competenza accessibile o, al contrario, difficilmente disponibile.
Il rifiuto non ha sempre la stessa funzione
Un “no” può avere significati diversi.
Può esprimere una preferenza.
Può rappresentare una difficoltà nell’affrontare una richiesta.
Può essere una risposta a una situazione percepita come imprevedibile.
Può rappresentare un tentativo di interrompere un’esperienza vissuta come eccessivamente impegnativa.
Può essere la modalità comunicativa disponibile in quel momento per segnalare stanchezza, frustrazione, confusione o bisogno di una pausa.
Può anche essere parte di un pattern comportamentale stabile, che richiede una valutazione clinica specifica.
Per questa ragione, il comportamento osservabile non dovrebbe essere interpretato isolatamente.L’analisi funzionale del comportamento prende in considerazione la relazione tra gli antecedenti, la risposta comportamentale e le conseguenze che seguono. Non ha l’obiettivo di “giustificare” il comportamento, ma di comprendere quali variabili possano contribuire al suo mantenimento e quali condizioni possano favorire modalità di risposta più efficaci.
La domanda non è quindi soltanto:
“Come facciamo a eliminare questo comportamento?”
Ma:
“Quale funzione svolge questo comportamento all’interno di questa situazione?”
Comprendere il contesto non significa eliminare le regole
Considerare il ruolo del contesto non significa sostenere che il bambino debba essere esonerato da ogni richiesta.
Non significa che ogni comportamento debba essere accettato e che i limiti debbano essere eliminati.E non significa che l’adulto debba rinunciare alla propria funzione educativa.
Al contrario, un intervento efficace richiede proprio la capacità di distinguere.
In alcune situazioni è necessario mantenere una richiesta.
In altre è necessario insegnare una competenza.
In altre ancora è necessario modificare il modo in cui una richiesta viene presentata, perché le condizioni attuali non consentono al bambino di accedervi efficacemente.
Il limite può rimanere. La modalità può cambiare.
Questa distinzione è particolarmente importante perché, quando ogni rifiuto viene interpretato come una sfida all’autorità, il rischio è che la relazione educativa si trasformi rapidamente in un confronto di potere.A quel punto la questione iniziale, che poteva riguardare un compito o una regola, diventa una lotta per stabilire chi debba cedere.Ma una maggiore intensità del conflitto non produce necessariamente una maggiore competenza nel bambino.
“Ma noi ci adattiamo già”
Molte famiglie e molte scuole adottano già numerosi adattamenti.
Anticipano le attività.
Modificano le consegne.
Offrono supporto.
Propongono strategie.
Cercano modalità alternative.
Il problema, quindi, non è necessariamente l’assenza di adattamento.
In alcuni casi, il punto è comprendere se l’adattamento adottato sia realmente collegato alla variabile che sta producendo la difficoltà.
Una strategia può essere presente ma non essere sufficiente.
Può essere proposta quando il bambino è già in una fase di escalation.
Può essere utilizzata in modo incoerente dai diversi adulti.
Può ridurre temporaneamente il comportamento senza modificare le condizioni che lo precedono.
Può essere troppo complessa per essere sostenibile nella quotidianità.
Per questo, la progettazione dell’intervento non dovrebbe tradursi automaticamente nell’aggiunta di nuove tecniche.
Spesso è più utile analizzare con precisione la situazione e chiedersi:
Quale elemento della sequenza sta aumentando il carico?
Quale condizione rende la richiesta più accessibile?
In quale momento è possibile intervenire, prima che la difficoltà raggiunga il suo punto massimo?
L’obiettivo non è fare sempre di più.
È intervenire in modo più preciso.
