Senza categoria

Perché i bambini “non stanno attenti”?

Ecco cinque motivazioni con basi psicologiche e neuropsicologiche

Photo by Alina Matveycheva on Pexels.com

1) Le funzioni esecutive stanno ancora maturando

L’attenzione “volontaria” dipende da funzioni come inibizionememoria di lavoro e flessibilità mentale, sostenute soprattutto dalla corteccia prefrontale: nei bambini queste funzioni sono ancora in sviluppo, quindi la tenuta attentiva è più fragile e facilmente disturbata. 

2) Sonno insufficiente o disturbato

Dormire poco o male riduce vigilanza, regolazione emotiva e attenzione: nei bambini la carenza di sonno è associata a più problemi attentivi e comportamentali a scuola. Valutare ritmi sonno–veglia, russamento, risvegli frequenti o insonnia è fondamentale.

3) Ansia ed emozioni “occupano” la mente

Quando un bambino è in allerta (preoccupazione, ansia da prestazione), l’attenzione tende a spostarsi verso il segnale di minaccia e si riduce la capacità di concentrarsi sul compito: è un effetto ben documentato nei disturbi d’ansia in età evolutiva.

4) Fattori sensoriali e carico ambientale

Udito o vista non ottimali, oppure ambienti rumorosi e pieni di distrazioni, aumentano lo sforzo cognitivo richiesto per capire e mantenere il focus; il risultato è stanchezza mentale e cali di attenzione. Un semplice screening visivo/uditivo e una classe (o casa) più silenziosa possono fare la differenza. 

5) Compiti troppo difficili (o troppo facili), poche pause, motivazione bassa

Se il carico cognitivo supera la capacità della memoria di lavoro, l’attenzione “salta”. Aiutano: suddividere i compiti in passi brevi, alternare micro-pause, calibrare la difficoltà e usare rinforzi (gratificazioni semplici) per sostenere la motivazione, che a sua volta è legata a circuiti di ricompensa dopaminergici


🚩 Campanelli d’allarme (da approfondire, non per autodiagnosi)

Non si riconosce l’ADHD leggendo una lista di sintomi su internet. Tuttavia, è utile chiedere una valutazione se per almeno 6 mesi osservi:

  • disattenzione marcata in più contesti (casa, scuola, sport) con impatto su apprendimento o relazioni;
  • iperattività/impulsività non adeguate all’età;
  • difficoltà di regolazione emotiva, sonno molto disturbato, o sospetti disturbi dell’apprendimento;
  • storia di rendimento scolastico in calo e frequenti segnalazioni degli insegnanti.
    Le linee guida raccomandano una valutazione clinica strutturata, con raccolta di informazioni da genitori/scuola, uso di scale standardizzate, e verifica dei criteri DSM-5, escludendo cause alternative. 

🔎 Cosa fare in pratica

  1. Parla con il pediatra: può avviare uno screening di sonno, vista/udito, ansia e apprendimento, e indirizzare a un neuropsicologo dell’età evolutiva
  2. Raccogli osservazioni dalla scuola (giorni/attività più critiche, durata di attenzione, che cosa aiuta o peggiora).
  3. Igiene del sonno e routine (orari regolari, niente schermi prima di dormire). 
  4. Ambiente e compiti “a misura di bambino”: riduci rumore e distrazioni, spezzetta i compiti, inserisci pause programmate e piccole gratificazioni per i passi completati. 

Se l’attenzione di tuo figlio è incostante, non è colpa di nessuno: spesso è l’effetto combinato di sviluppo cerebrale, emozioni, sonno e ambiente. E se sospetti ADHD, non autodiagnicare: affidati a una valutazione professionale e a strategie su misura. Le evidenze dicono che intervenire presto e bene riduce lo stress familiare e migliora il rendimento a scuola e il benessere. 

emozioni

Albi illustrati sulla paura

In questa sezione vi mostriamo una selezione di albi illustrati che trattano il tema della paura. Fateci poi sapere come avete trovato questi suggerimenti.

La piccola paura

Testo e illustrazioni di Luke Scriven – Nomos Edizioni

Racconta del coraggio che ci vuole ad affrontare paure apparentemente piccole e insignificanti che talvolta sembrano diventare insormontabili

Perchè abbiamo paura?

Testo Fran Pintadera e illustrazioni di Ana Sender – Edizioni FATATRAC

Non sempre la paura è nostra nemica, talvolta è più importante capirne il senso..

Una paura da lupo

Testo Giulia Pesavento e illustrazioni di Susy Zanella – Edizioni SASSI

Ci sono situazioni nelle quali pensiamo di essere i soli a provare sentimenti di paura. E invece talvolta ciò che più ci fa timore non è altro che lo specchio di noi stessi visto da un’altra angolazione


Che Paura!

Testo Barbara Frandino e illustrazioni di Lucia Zappulla – Edizioni Fabbri Editore

Una vera e propria enciclopedia delle paure: dalla paura delle malattie, a quella di morire, alla paura del buio..ce n’è per tutti i gusti! Con un simpatico identikit e suggerimenti per combatterle

Senza categoria

Albi illustrati

Gli albi illustrati nell’ultimo periodo hanno assunto un ruolo significativo nella letteratura per l’infanzia. Trovandoci spesso ad affrontare tematiche delicate, abbiamo iniziare a costruire una sorta di archivio di libri consigliati che anche noi utilizziamo di consueto nel nostro lavoro. Non tutti centrano in modo significativo il punto, in ogni caso diventano comunque spunto di riflessione in alcune situazioni che hanno la necessità di essere simbolizzate e supportate dalle immagini o possono essere utili per aprire il dialogo con i bambini. Inutile negare tra l’altro che alcune illustrazioni sono davvero meravigliose.

Da non sottovalutare anche i Silent Book che, proprio perchè esenti da parole, permettono un utilizzo più fantasioso o che permette al bambino di introdurre il proprio contenuto e le proprie riflessioni senza essere guidato dalla parola dell’altro.

Albi illustrati su:

  • paura
  • rabbia
  • tristezza
  • gioia
  • lutto
  • ansia
  • scuola
genitorialità

Perchè è importante che i bambini dormano da soli

I motivi per cui è importante che i bambini imparino a dormire da soli sono tanti. È doveroso però fare qualche precisazione per fare un po’ di chiarezza. 

1. Dormire da soli vuol dire affrontare due paure, quella del buio e quella della perdita di controllo del mondo esterno. Poterlo fare in un contesto protetto, sicuro, permette di elaborare una preoccupazione in modo sano e per gradi.

2. Questo non è assolutamente un processo scontato, considerato il fatto che è un’acquisizione, va progettato per gradi, non diversamente da quando si impara a camminare, non avviene dalla sera alla mattina.

3. Saper dormire da soli vuol dire sapersi separare, questo è valido sia per i bambini…che per i genitori. Non è assolutamente scontato che sia semplice, ma può insegnare ad entrambe le parti qualcosa di importante 

4. Ogni famiglia, ogni bambino, ha dei tempi, che varrebbe la pena di rispettare, certo è che il bambino da solo non può prendersi la responsabilità di una scelta del genere (il famoso ‘quando sarà pronto’) perché vuol dire scegliere anche per i genitori…mica cosa da poco! 

5. Questi tempi hanno un limite per il semplice fatto che i genitori sono anche una coppia e hanno bisogno del loro ‘posto’ e del loro spazio. Il fatto che un bambino non entri in questo spazio è salvifico perché gli ricorda che ci sono cose di cui lui non si deve occupare (tipo il rapporto tra mamma e papà) 

6 Questo vuol dire stare col mitra puntato? Certo che no..ma considerare che se si fa fatica si può chiedere aiuto o indagare cosa sta andando storto per esempio. 

7. Dormire è un diritto di tutti, non è raro sentire storie di genitori che non dormono da una vita o bambini rintronati perché in 3 su un letto si dorme male. Per non parlare delle implicazioni quando è il padre a sculare in divano, quale immagine si propone al bambino del ruolo che assume il papà? 

8. Attenzione a non scambiare per praticità delle scelte ben precise, nessuno punta il dito ma vale essere consapevoli di ciò che si sta facendo. Consapevoli non è sinonimo di colpevoli 💫

9. Per favore non arrivare per disperazione a cascare nel coaching da 600€ a botta…

emozioni, genitorialità

Ma io gliel’ho spiegato! 

Non sapete quante volte sento questa frase durante i colloqui con i genitori. Mi riferiscono increduli che nonostante abbiano spiegato, nel bel mezzo di un conflitto con i propri figli, le motivazioni di un no il bambino non è riuscito ad accettarle pacificamente, anzi ha aumentato il livello di protesta. Cari genitori, provo un po’ di tenerezza quando mi raccontate così perché capisco che il vostro modo di pensare al bambino, in quel momento, è un po’ distante dal suo modo di funzionare.

Dunque proviamo a fare un po’ di chiarezza. ‘Vi spiego’ perché le spiegazioni non funzionano. 

Partiamo dal presupposto che le spiegazioni, non sono altro che l’esternazione di un motivo logico e razionale per cui una certa cosa non si può fare, facciamo un esempio: se tu vuoi giocare ora con me, ti spiego che prima devo preparare la cena e poi posso giocare; non ti ho detto propriamente di no, ma cerco di farti capire perché non è neanche si. Risultato? A volte funziona, il bambino si rasserena, se la mette via e si può andare oltre, altre invece il bambino non solo è arrabbiato ugualmente ma è come non avessimo detto niente. Perché non ha funzionato? 

Se è vero che talvolta rendere partecipi i bambini dei motivi per cui una certa cosa non si può fare va molto bene, questo principio non può essere applicato sempre, per il semplice motivo che le spiegazioni agiscono su un piano intellettivo di comprensione del contesto che ha poco a che fare con il vivere le emozioni. Tradotto, se un bambino si arrabbia, vuol dire che percepisce un’ingiustizia di qualche tipo, ma quando è partita la reazione è già troppo tardi per spiegare. È come pretendere ragionevolezza nel momento di rabbia. Un po’ quando vi dicono di calmarvi ma avete già gli occhi fuori dalle orbite, non vi viene ancora più nervoso?

Quindi, intanto prendiamo in considerazione il fatto che ci sono delle situazioni in cui spiegare è perfettamente inutile, se non proprio controproducente perchè è una strategia che dà per assodato che il bambino comprenda e faccia pace con le sue emozioni in un momento di emergenza. Mi riferisco alle condizioni in cui è minata la sicurezza personale, quindi situazioni di rischio sul piano della vita, quelle in cui il ‘no’ fermo e secco va dato così com’è. Perché non ci sono molti termini di discussione, non c’è da colloquiare o da sentire un punto di vista. ‘No, non puoi montare davanti senza seggiolino’ ‘ No, non puoi passare la strada senza guardare’ sono questioni urgenti e necessarie che hanno tanta forza quanto è il rischio che il bambino corre non rispettandole. In un secondo momento, quando la situazione è più tranquilla, eventualmente se no può riparlare, spiegando al bambino perchè quella cosa non va bene, ma nella situazione contingente è meglio essere molto fermi e decisi. 

Spiegare è un modo molto adulto di attingere al raziocino per controllare l’emotività, processo che implica un certo grado di ragionevolezza, ma questa capacità dipende molto dall’età dei bambini. Per esempio tra i 3 e i 5 anni non sempre è possibile attingere a questa risorsa.

Di seguito dunque vi dò qualche spunto:

1. ‘è la regola che dice questo’: questa frase vi tutela dal trasformare il conflitto in una questione personale. Bisogna ricordarsi che ciò che viene messo in discussione non è tanto l’individuo ma il ruolo che riveste, in questo caso quello di ‘padre’ o ‘madre’.

2. bisogna ricordarsi che non si è persone orribili se il bambino piange o si arrabbia a causa di un limite che abbiamo posto, soprattutto se è fatto per lui. Essere genitori è veramente un mestiere complicato perché nel suo esercizio ha in sè una caratteristica fondamentale, quella di prenderle delle decisioni che a volte sono molto faticose, possono suscitare sensi di colpa, indecisione e ci costringono a fare i conti con la nostra umanità e che per questo possiamo sbagliare.

3. in caso di bambini che si arrabbiano spesso, è importante capire se questo è diventato un modo per segnalare un disagio o se hanno ‘solo’ un temperamento piuttosto attivo. Il consiglio in generale è di non attribuire intenzioni a cui il bimbo nemmeno aveva pensato (della serie ‘lo fa apposta per provocarmi’).

4. Costruire il senso di responsabilità va molto bene, ma la responsabilità va commisurata all’età e al tipo di competenza che si richiede. Un sacco di adulti hanno dei problemi nella gestione della rabbia e della frustrazione, a conferma che non è proprio un tema semplicissimo

5. Ricordate chi bambini amano la magia, la spettacolarizzazione, il teatro. Ciò implica che a volte esternano i loro sentimenti in modo spaventoso e plateale; è molto importante non farsi impressionare, ma lucidamente considerare cosa sta succedendo e cercare di risolverlo con pazienza.

Se hai dei dubbi, e hai bisogno di un suggerimento, siamo disponibili alle consulenze genitoriali anche online.

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

emozioni

Bambini arrabbiati

Stanno aumentando drasticamente le domande di intervento per situazioni in cui i bambini si comportano in maniera sbagliata soprattutto perchè si arrabbiano tanto, con esplosioni emotive e ‘crisi’ che spaventano molto i genitori.

Ci sono alcune cosa che però bisogna considerare. Per esempio sarebbe interessante conoscere come funzionano le emozioni, in particolare la rabbia che generalmente interviene quando si percepisce un senso di ingiustizia e di non coerenza. Lascio qui qualche spunto di riflessione:

  1. Non esistono emozioni positive o negative esistono comportamenti adeguati e inadeguati, quindi usciamo dalla logica che il bambino lo faccia apposta, semmai deve imparare un modo diverso di affrontare la situazione.
  2. Non tutte le emozioni sono semplici da esprimere, ecco perchè a volte si usano comportamenti sbagliati per farsi comprendere dall’altro.
  3. Ognuno di noi ha dei bisogni che non sempre vengono intercettati dagli altri, questo generalmente aumenta il senso di ingiustizia e di insoddisfazione rispetto a ciò che si desidera.
  4. Un bambino che vive uno stato di stress avrà un’interpretazione del mondo circostante forse sfalsata, in iper allerta, perciò potrebbe ‘scattare facilmente’ senza rendersi conto delle conseguenze.
  5. Le punizioni servono a poco o niente, soprattutto perchè non fanno altro che ingigantire il momento di rabbia e il senso di ingiustizia.

Spesso è questione di capire quale dinamica incentiva una certa modalità. I genitori fanno sempre quello che possono ma a volte semplicemente sono troppo coinvolti per accorgersi quale comportamento disfunzionale si sta cronicizzando. Una consulenza aiuta a capire di più la situazione perchè a) il genitore si sente supportato b) può confidare le sue preoccupazioni c) insieme si trova la modalità più opportuna per risolvere il problema

scuola primaria

I bambini lenti a scuola

Nella nostra esperienza clinica ci capita spesso di sentir parlare di bambini lenti.

I genitori ci riportano storie di bambini lasciati in classe a finire durante la ricreazione, sgridati perché non si muovono, costretti a recuperare a casa quello che non viene fatto a scuola. Altrettanto spesso ci viene detto con convinzione che la lentezza è una questione di impegno, come se in qualche modo il bambino scegliesse deliberatamente di non muoversi. Alcune di queste storie arrivano già segnate dalla scuola dell’infanzia: lavori non finiti, distrazione, concentrazione altalenante, deliberato rifiuto. Il primo pensiero, non si sa perché, è quello di credere che il bambino non voglia applicarsi, non si sospetta nemmeno che ci possa essere una difficoltà e questo, a nostro parere, è grave. La tendenza è quella di aspettare, perché il bambino è ‘piccolo’ e ha bisogno di maturare. D’altra parte se ha questa necessità, cioè quella di crescere, non si capisce perché debba essere colpa sua se non riesce. La brutta notizia è che nella maggior parte dei casi la lentezza tende a peggiorare in primaria, no sparisce da sola. Questo perché se è una lentezza esecutiva, cioè proprio specifica nel programmare l’attività motoria (spesso di tipo grafico), quando le competenze aumentano, tende ad aggravarsi. Più cose da fare, più controllo da impiegare, maggiori informazioni da gestire, uguale stanchezza.

Questo per dire che attendere potrebbe essere peggio, traducendosi poi in una lotta contro il tempo per inseguire le competenze della classe.

Cosa fare dunque? Chiedere una valutazione e togliersi il dubbio è una soluzione, se ci sono delle fragilità possono essere colmate, se c’è un problema negarlo non aiuterà, e se non c’è niente ci si sarà tolti il pensiero. Comunque sia, la cosa più importante in assoluto è quella di non pensare che sia una questione di impegno e per questo dare la colpa ai bambini.

genitorialità

Anch’io ero così

Insomma è indubbio che la genetica sia rilevante quando si parla di figli, così com’è altrettanto chiaro che spesso i genitori si ritrovano in alcuni comportamenti dei figli. Ma questo è sempre funzionale? Secondo noi non proprio. Dipende infatti in che termini lo facciamo; potrebbe essere un’operazione disfunzionale soprattutto nel caso in cui si minimizza o ignora una difficoltà.

Abbiamo provato ad elencarne le ragioni:

1. La mia storia non è quella di mio figlio

2. Quello che vale per me non è detto che valga per un’altra persona

3. I sistemi educativi e didattici sono cambiati perciò non si può pensare che i trascorsi siano identici

Un genitore una volta mi ha raccontato di averne prese parecchie, anche a scuola, e che tutto sommato questo gli era servito per raddrizzarsi. Così gli ho chiesto se secondo lui avremmo dovuto suggerire alle insegnanti di picchiare il figlio a scuola, e non ha potuto fare altro che sorridermi e dire di no. È solo un esempio, ma è tanto per capire che non sempre quello che ha funzionato va bene, soprattutto se è stato un metodo coercitivo e violento.

Ci sarebbe poi da dire che anche i genitori sono cambiati, così come l’ambiente, la rete sociale, l’ambito culturale. Ecco perché, così come non è consigliato fare paragoni tra bambini, così vale nel fare confronti tra genitori e figli. Potrebbe essere interessante prendere solo il buono di quest’ottica, per esempio se il bambino si trova in difficoltà in qualcosa che ritroviamo simile, chi meglio di noi può capirlo ed empatizzate con la sua fatica?

scuola, scuola primaria

La scuola mi ha consigliato una valutazione

Niente panico! Siamo in aria di valutazione e scrutini e le insegnanti durante i colloqui hanno voluto segnalare una difficoltà perché ritengono sia opportuno un approfondimento per il tuo bambino

Prima di dare tutto per scontato è indispensabile andare a fondo in modo da accertare se la difficoltà esiste oppure no.

Come si fa? Prendendo appuntamento da uno psicologo, meglio se specializzato in neuropsicologia e difficoltà scolastiche. Lo psicologo parlerà prima con entrambi i genitori per un colloquio anamnestico approfondito così da avere le informazioni che gli servono per indagare al meglio la situazione.

Dopo di che si procede con la valutazione neuropsicologica; per quanto la parola valutazione possa spaventare, non è altro che uno strumento per rendersi conto, a seconda della situazione, di quale problema si sta parlando. Ci possono volere anche 6 incontri perciò alcuni colleghi propongono dei pacchetti. La valutazione consiste nella somministrazione di una serie di test che hanno lo scopo di fare una sorta di fotografia sulla prestazione rispetto alla popolazione di riferimento, cioè i bambini che hanno età simile o che hanno lo stesso livello di scolarizzazione.

Alla fine della somministrazione, viene redatto un piano di intervento o comunque viene fornita una restituzione che ha il compito di mettere in luce punti di forza (soprattutto) e aree fragili su cui è indispensabile lavorare.

Cosa succede se lascio stare? Che se il problema c’è, poi nel tempo potrebbe consolidarsi e poi si fa più fatica a sistemarlo o comunque le difficoltà possono sommarsi creando un effetto valanga.

Per dubbi e perplessità: contattaci saremo felici di rispondere!

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

scuola, scuola primaria

I Test in Psicologia

Perché si usano dei test? I test sono standardizzati dal punto di vista psicometrico e servono al clinico per farsi un’idea della prestazione riportata dal bambino o dal ragazzo.

I risultati dovranno poi essere confrontati con la popolazione di riferimento, i bambini o ragazzi che hanno cioè pari età e scolarizzazione.

Alla fine il clinico dovrà stilare un piano di intervento; sulla base delle sue rilevazioni offrirà alla famiglia un progetto nel quale saranno messi in campo tutti gli elementi importanti